Tenace est la nuit sur la tablette de la fenêtre, ciel à jeun de lune et d’étoiles.

Dans ta cellule la lumière.

Miséricordie de l’Amour confirmé.

Monastère de Saorge, le 17 juillet 2005

IL CONVOLVOLO

(nocturnus)

Tenace è la notte sul davanzale della finestra

cielo a digiuno di luna e di stelle.

Nella tua cella luce.

Misericordia dell’Amore confermato.

Arde nel buio che si consuma la fiamma dell’Amore, Amore che altro amore invoca.

Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio.

La luce che discende su di te - genuflesso davanti al crocifisso -

schiara ogni dubbio, scioglie il gelo, falcia il tormento, divora la dotta superbia, esorcizza il demone bigio, scarnifica la cieca cupidigia…

Gioisco in te ed esulto, canto inni al tuo nome, o Altissimo.

Terso nel silenzio si dispiega il canto –

Dio è Amore.

(diurnus)

Tra le aiuole avvampa bianco il convolvolo.

Tu – d’amore notturno ancora acceso – dalla finestra contempli l’aprirsi del candido fiore alla luce,

miri la nuda bellezza del gesto amoroso.

Rapito da nuova estasi - il frutto viene dopo il fiore - ti consacri alla semplicità di quell’offerta votiva che in sé racchiude umiltà e povertà, mitezza e sapienza.

Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto.

Con il digiuno fortifichi l’umiltà raccolta nel cinereo saio,

mentre chino sullo scrittoio trasfondi l’aurea scienza nella tua Summa –

l’umano e il divino conflati insieme legati con amore in un volume solo.

Sono in te tutte le mie sorgenti.

Si rispecchia nell’ima geometria del testo la dolce armonia dell’orto conventuale

dove il convolvolo (senza fissa dimora) abbraccia la rosa.

Fino a quando, o uomini, \ sarete duri di cuore?

NEL CONVENTO DI SAORGE

Nei presepi della tradizione provenzale c’è un personaggio tipico: le Ravi, l’estasiato, il rapito, l’incantato. È il personaggio che viene a visitare Gesù appena nato senza portare niente, ma reca nell’animo il regalo più bello: lo stupore. Il suo sguardo e le sue mani vuote esprimono proprio questo senso di meraviglia ingenua di fronte all’evento più straordinario. Senza questo sguardo, non c’è poesia.

Nel momento in cui dietro di me si rinchiuse la porta del convento di Saorge, un “oh” di stupore apparve sulle mie labbra, un “oh” di meraviglia che avrebbe continuato ad accompagnare il mio ritiro letterario nell’ex convento francescano Notre-Dame-des-Miracles, nelle Alpi marittime francesi, diventato residenza per scrittori. Un “oh” che implica la necessità di fermarsi, ammirare, scoprire la cifra segreta della bellezza nascosta.

Nella mia cella: un tavolo, una sedia, un giaciglio, un armadio per riporre l’essenziale, una piccola finestra aperta sulla montagna. Alle pareti, racchiuso in un medaglione, un affresco monocromato rappresentante il volto di Gesù, e due medaglioni con i simboli francescani. Sul tavolo una rosa, la Bibbia, il rosario e un volume dedicato a Monaldo da Giustinopoli. Quando a notte ormai inoltrata mi affacciai sul davanzale d’ardesia della finestra, davanti a me si spalancò il buio più completo. Una notte senza luna e senza stelle. Chiusi i battenti e mi trovai sola di fronte a me stessa e al mistero di Dio.

Mi misi a pregare e la preghiera si trasformò in luce.

Il giorno dopo, nell’aprire la porta esterna della cucina, una nuova meraviglia si concesse al mio sguardo stupito: orti con le aiuole rettangolari disposti a terrazze, pergolati, alberi da frutto, fiori, vasche per l’irrigazione, l’antico lavatoio, l’oratorio… Il giardino conventuale. Uno di quei giardini che nei testi antichi vengono paragonati al paradiso, un giardino ricco di tutto quel che era necessario alla vita dei frati: piante aromatiche e salutari per la cura del corpo, legumi, ortaggi e alberi da frutto per la mensa comune, fiori per l'altare, spazi per la preghiera e le passeggiate contemplative. Incastonato nella cornice aspra e selvaggia delle montagne, sottratto con il sudore al terreno incolto, lo spazio del giardino – limitato, conchiuso – sembrava investito di una carica sacrale.

Riverente, in punta di piedi, varcai la soglia. Per un mese, in qualità di ospite del convento, avrei potuto godere il privilegio di alimentarmi con i legumi e i frutti del giardino, ammirare le forme e i colori delle piante, dei fiori e delle erbe, aspirarne gli aromi, sostare all’ombra del pergolato o del lauro.

Una mattina salendo il sentiero che costeggia sul lato nord il convento e il giardino, mi resi conto della forte bipolarità del giardino in quanto spazio consacrato. Visto dall’esterno il giardino sembrava duro, ostile, inviolabile e invisibile. Oltre il muro potevo intravedere soltanto la punta di qualche albero da frutto. I rami carichi di albicocche si protendevano verso l’alto, ma erano irraggiungibili per chi si trovava fuori dal recinto. All’interno, invece, potevo godere la bellezza e la dolcezza del giardino, l’opulenza della natura e dei suoi frutti. Alle prime luci dell’alba coglievo la vervena o la salvia per la tisana, verso l’ora di pranzo o di cena con la giardiniera Marianne sceglievo le verdure e le erbe aromatiche. Bastava protendere la mano per raccogliere le albicocche o le ultime fragole nascoste sotto le foglie, cogliere una rosa… Fuori dallo spazio consacrato perfino le erbe spontanee cresciute ai margini del muro sembravano più insipide, meno virulente delle erbe dell’orto. Anche il convolvolo, che all’interno del giardino si avviticchiava indisturbato alla rosa, fuori dal recinto perdeva la sua dignità. La purezza del giardino era garantita dall’esclusività dell’inviolabile recinto. Penetrarvi, senza essere chiamati, sarebbe stato un gesto di violenza e di profanazione. Il rapporto fra paradiso e giardino – come ci insegnano i testi antichi - è molto stretto.

Vlada Acquavita